Caravanserai 2019: in bici sulla Via della Seta

22/11/2019



Dietro al progetto Caravanserai ci sono Sebastiano Audisio e Valter Perlino, due amici che hanno deciso di mettersi in viaggio in luoghi impossibili per portare nel mondo lo spirito dell’Occitania. Vi abbiamo già raccontato la storia di Sebastiano, svelando la meta dell’ultima edizione di Caravanserai: il cuore dell’Asia, tra Pakistan, Cina, Tagikistan e Afghanistan, in bici sulla via della Seta. Ora è il momento di ripercorrere questo viaggio incredibile, in luoghi remoti, di cui spesso non esistono cartine o mappe di alcun tipo. Siete pronti per seguire Sebastiano?

In Pakistan, lungo la strada più alta del mondo​​​​​​
 

Partiamo il 14 giugno, da Milano, e arriviamo dopo 11 ore di viaggio a Islamabad, in Pakistan. Ma questo non è ancora nulla! Ci aspettano 650 km di strada per raggiungere il vero e proprio punto di partenza della nostra avventura. Detto così, non sembra neanche molto: in Occidente, si tratta solo di qualche ora di macchina. Ma qui le cose cambiano e l’aritmetica del viaggio usa altre regole: qui, 650 km significano ben 29 ore di pullmino in due giorni, su strade ben diverse da quelle a cui siamo abituati.

Il 16 giugno raggiungiamo finalmente Skardu e da lì la straordinaria valle dello Shigar, nel nord del Pakistan. Questa valle circondata da alte montagne frastagliate e coronate da ghiacciai pensili, che aumentano il fascino del deserto che ci appare punteggiato in lontananza da oasi verdi, è ricca di laghi e praterie e rinomata per gli alberi da frutto. Una luce particolare rende il tutto unico e incredibilmente bello. Qui il tempo non esiste. Siamo ospiti di Navache, forte e fiero portatore Balthi, amico incontrato da Valter in altre avventure. Siamo felici, è arrivato il momento da noi tanto atteso.  Mentre montiamo le nostre mountain bike accompagnati dallo sguardo curioso e divertito dei bimbi del villaggio, siamo proiettati nel nostro viaggio e una sana frenesia ci assale.  



17 giugno 2019. Sono emozionato, partiamo in bicicletta! Dobbiamo proseguire nella valle dello Shigar, tra un susseguirsi di piccoli villaggi, paesaggi mozzafiato, e incontri curiosi. Siamo a 2300 metri di quota dove la terra a volte si confonde con il cielo, e qui prende il via ufficialmente la nostra pedalata. E che avvio! Imbocchiamo la pista che porta verso l’Altopiano del Deosai, a 4000 metri. La traccia è quasi impraticabile, tra fango, neve e ancora fango che rendono difficile muoversi sulle due ruote. Spesso dobbiamo poi affrontare dei guadi a piedi nudi e – credetemi – non è certo una cosa da poco! L’acqua è gelida, scorre veloce, ma non possiamo certo permetterci di bagnare gli scarponi, sarebbe pericoloso. Un cielo plumbeo rende il luogo severo, quasi inospitale, ma a tratti fulminei raggi di sole accendono i colori pastello di queste praterie ad alta quota.



Ci serviranno quasi 3 giorni di pedalata e di tratti a spinta, per un totale di 120 km con un dislivello di oltre 800 metri, per raggiungere la Karakorum Highway, la strada più alta del mondo. Tutto sommato, però, non sembra di essere così in alto: le montagne e i picchi che ci circondano falsano la percezione e la strada pare correre a fondovalle.  Come nelle altre esperienze di Caravanserai, la parte ciclistica dell’avventura ci dà la possibilità di incontrare l’aria sottile dell’alta quota, passaggio fondamentale per iniziare e portare a termine l’acclimatamento per le successive scalate scialpinistiche.



Qui la fortuna è decisamente dalla nostra: riusciamo a passare poco prima del crollo di un ghiacciaio, che isola la zona della valle Hunza e che ci avrebbe costretto a interrompere la nostra spedizione. Invece il 23 giugno raggiungiamo Passu, proprio lungo la Karakorum Highway. Questo paesino sulle sponde del fiume Hunza è diventato una meta turistica per gli appassionati di alpinismo, grazie alla sua posizione ai piedi del Passu Sar e dell’omonimo ghiacciaio.

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Ma la nostra meta è ben oltre e, abbandonato Passu, ci inoltriamo nella valle dello Shimsal, lungo una delle strade più pericolose del mondo. Non ci facciamo mancare proprio nulla! È un tratto di circa 55 km, scavato nella roccia e letteralmente sospeso nel vuoto: spettacolare e terrificante allo stesso tempo, ci regala davvero una bella botta di adrenalina. Dopo oltre 60 km di sterrato raggiungiamo il villaggio, che giace in un pianoro quasi irreale, circondato da picchi che forano le nuvole e ghiacciai, in cui i campi di grano si intervallano a macchie di fiori gialli. 
In quest’area passiamo sei giorni di trekking, in una zona del Pakistan isolata e poco conosciuta. È la nostra fase di acclimatamento prima di affrontare il Manglik Sar, una cima di 6050 metri.


La sfida con il Manglik Sar


Il 27 giugno partiamo per avvicinarci alla nostra meta, il Manglik Sar. Non si tratta di una cima tecnica, è un picco innevato dalle pareti molto ripide ma sciabili, un ottimo allenamento per la prossima sfida di questo viaggio.  Percorriamo 120 km, di questi 45 sono estremamente pericolosi, viaggiamo quasi appesi alla parete delle montagne fino al Shimsal Pass. Qui proviamo davvero un’emozione unica: sentiamo che nel mondo dell’alpinismo – a volte così sfacciato, così sbattuto sulle prime pagine dei giornali – esiste ancora l’avventura vera, quella con la A maiuscola, che ti porta in luoghi che non avresti mai immaginato. Posti remoti, collegati da strade che sfidano la logica lineare a cui siamo abituati, e dove i pastori sono ancora disponibili a condividere il poco che hanno con chi è abbastanza temerario da raggiungerli.



Dallo Shimsal Pass diamo l’assalto al Manglik Sar. E qui riportiamo pari pari quanto scritto nel nostro diario di bordo digitale, la pagina facebook che ha raccolto le note inviate durante il nostro viaggio. Sono frasi brevi, trasmesse in fretta con la prima connessione disponibile, ma che condensano tutta l’emozione di due giorni che non scorderemo:

"28 e 29 giugno: arriviamo al Shimshal Pas 4650, vento forte, neve nella notte e solo 2 giorni per poter tentare la salita e senza campi intermedi. Partiamo verso le 10 e subito molta neve da battere, avanziamo ma il tempo passa e alle 18, come precedentemente deciso, dobbiamo assolutamente scendere. Mancano solo 80 metri, ma il gioco si fa troppo pericoloso. Amaro in bocca.

Ma non è finita. Arriviamo al campo notte fonda. Parliamo io e Valter e dopo tutto il lavoro fatto decido di provare il giorno dopo. Forse è un azzardo, il dislivello a queste quote è eccessivo, ma sto bene e alle 7 parto. In parte sfrutto traccia fatta con Valter, ma le creste sono rilavorate, esco più a destra per evitare una zona crepacciata.

CIMA!!! QUI È TUTTO MAGNIFICO!

Guardo giù verso il campo e sento virtualmente Valter che gioisce e mi da la carica per portare a casa la prima discesa integrale del Manglik Sar 6050m!" _Seba



Quanta soddisfazione ci può essere nell’affermare “L’ho fatto io, per la prima volta in assoluto”? Ecco, provate a immaginarlo e avrete un’idea di come ci siamo sentiti lì, ai piedi del Manglik Sar.
Questa impresa non segna però la fine del nostro viaggio. Del resto, noi non siamo alla ricerca di record da battere, ma vogliamo soddisfare il nostro desiderio di conoscere i luoghi che stiamo attraversando. Proseguiamo così la nostra avventura in bici lungo la Via della Seta, pronti a incontrare altre persone ed affrontare nuove sfide. Arriviamo a Post, ultimo avamposto del Pakistan, e ci aspetta la dogana cinese. Oltre la frontiera, la seconda parte del nostro viaggio, tra Cina, Afghanistan e Tagikistan.
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Garmont ha sostenuto la voglia di avventura di Sebastiano Audisio e Valter Perlino con una fornitura di calzature nate per la montagna… ma adatte anche ai viaggi in bici al limite dell’impossibile!

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